Ce lo racconta Sara Urban, autrice di 𝙄𝙣𝙙𝙤𝙢𝙖𝙗𝙞𝙡𝙞 𝙗𝙞𝙨𝙗𝙚𝙩𝙞𝙘𝙝𝙚. 𝙂𝙪𝙞𝙙𝙖 𝙛𝙚𝙢𝙢𝙞𝙣𝙞𝙨𝙩𝙖 𝙖𝙡 𝙩𝙚𝙖𝙩𝙧𝙤 𝙚 𝙖𝙞 𝙘𝙤𝙧𝙥𝙞 𝙞𝙣 𝙨𝙘𝙚𝙣𝙖.
«Nel teatro antico chi dà voce pubblica alle donne è Aristofane. Esemplari sono le commedie 𝙇𝙞𝙨𝙞𝙨𝙩𝙧𝙖𝙩𝙖 (la storia di uno sciopero del sesso antimilitarista orchestrato da donne) e 𝙇𝙚 𝙙𝙤𝙣𝙣𝙚 𝙞𝙣 𝙥𝙖𝙧𝙡𝙖𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤 (il racconto della creazione di una società comunista ante-litteram con a capo un gruppo di donne en travesti).
Nel teatro contemporaneo queste commedie sono state di frequente portate in scena come manifesti femministi. Gli studi però ci dicono che la visione di Aristofane, tra il V e il IV sec. a.C., non poteva essere quella di un protofemminista: l’autore era un critico acuto e tagliente, che 𝙣𝙚𝙡 𝙥𝙖𝙧𝙖𝙙𝙤𝙨𝙨𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙙𝙤𝙣𝙣𝙚 𝙖𝙡 𝙜𝙤𝙫𝙚𝙧𝙣𝙤 𝙙𝙚𝙣𝙪𝙣𝙘𝙞𝙖𝙫𝙖 𝙡𝙖 𝙙𝙚𝙘𝙖𝙙𝙚𝙣𝙯𝙖 𝙥𝙤𝙡𝙞𝙩𝙞𝙘𝙖 e lo sfaldarsi della civiltà ateniese in un momento di profonda crisi.
La situazione è così grave, sembra dire Aristofane, che bisogna chiamare in causa 𝗹𝗲 𝗲𝘀𝗰𝗹𝘂𝘀𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗲𝗰𝗰𝗲𝗹𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮 dal governo della città: le donne. Le protagoniste delle commedie sono espressione di una visione alternativa e hanno la 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝗶𝗺𝗽𝗿𝗶𝗺𝗲𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼. Ma solo per un attimo. Poi si torna nella “normalità” dei ruoli assegnati. Fine.
Detto ciò, dietro il sovvertimento delle regole e nell’immaginazione poetica ci sono sempre intuizioni visionarie: Aristofane concepisce una società ideale, in cui a governare siano principi di pace e giustizia sociale, uguaglianza economica e reciprocità nel piacere sessuale. E 𝗮𝘀𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗲 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗿𝗲𝗮𝗿𝗲 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝘂𝘁𝗼𝗽𝗶𝗮. Un paradosso antico a cui dare voce e ascolto oggi».
