judy chicago

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«Sono io a determinare la mia identità», dichiarò con fermezza Judith Sylvia Cohen, scegliendo di cambiare il suo nome in Judy Chicago, in onore alla sua città di nascita.
Una dichiarazione di intenti potente come l’obiettivo che si pone facendo arte, quello di colmare il divario esistente nel mondo dell’arte tra uomini e donne. Le sue opere raccontano in modo esplicito e provocatorio il suo intento di farsi portavoce del movimento femminista attivo dagli anni Sessanta agli anni Settanta del Novecento.
Con questo obiettivo e dalla collaborazione con Miriam Shapiro nacque nel 1972 Woman house, uno spazio artistico aperto a tutte le donne nel quale ciascuna poteva offrire liberamente il proprio contributo secondo le competenze individuali: pittura, scultura, cucito, ricamo, ceramica uscendo così dai ristretti spazi delle loro abitazioni e iniziando a superare lo stereotipo della divisione tra cultura alta (pittura, scultura), generalmente appannaggio degli uomini, e bassa (porcellana, ricamo, decorazioni) di solito associata alle donne.
La sua opera più famosa e irriverente resta The Dinner Party, composta da un’enorme tavola apparecchiata per 39 commensali, di forma triangolare. Ogni lato del tavolo è allestito con 13 postazioni, ciascuna delle quali comprende un tovagliolo e una tovaglia su cui è ricatto in oro il nome della donna cui è dedicata ed è ulteriormente personalizzata con decorazioni e materiali che richiamano le caratteristiche culturali e ambientali dell’epoca in cui visse la destinataria. Completano la postazione posate, calice e piatto in ceramica.
Su ogni piatto è dipinta una vulva, ciascuna diversa a seconda di come Chicago immaginava quella della donna a cui ha dedicato la postazione.
Percorrendo tutto il perimetro del tavolo si incontrano donne di tutte le epoche a partire dalle origini del mito fino all’età contemporanea: dalla Madre Terra a Georgia O’Keeffe, considerata da Judy Chicago come la madre del movimento artistico femminista, ovvero «la madre di tutti noi». Ma ci sono anche Artemisia Gentileschi, Mary Wollstonecraft e Emily Dickinson.
L’opera, esposta al Brooklyn Museum, ha richiesto più di cinque anni per la sua realizzazione (dal 1974 al 1979, coinvolgendo circa 400 donne tra tessitrici, ricamatrici, pittrici, scultrici, ceramiste), e ha molteplici livelli di lettura, come le simbologie legate ai tarocchi, i rimandi alla mitologia, alla Bibbia e alle artiste che hanno fatto la storia del femminismo.
Questa provocazione così esplicita di Chicago di rappresentare in arte l’organo sessuale femminile, spaccò l’opinione pubblica, tra chi la catalogò come pura pornografia e un affronto alla virtù e alla modestia delle donne americane, e chi la considerava uno dei capolavori del secolo.
Se volete approfondire la figura di Judy Chicago e i significati dietro The Dinner Party, leggete questo articolo di Vitamine Vaganti da cui abbiamo preso spunto per la citazione femminista di oggi: https://vitaminevaganti.com/…/judy-chicago-dedicato-a…/
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