FRISSON – OLTRE IL PIACERE

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FRISSON – OLTRE IL PIACERE

Pubblichiamo qui questa bella intervista realizzata dalla nostra associazione Uniche ma plurali a Francesca Stella Ceccarelli, fondatrice del progetto Frisson – il magazine oltre il piacere.

Come nasce Frisson e qual è l’obiettivo culturale?

Frisson è nata nel 2019 come progetto di tesi in Grafica e Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Al tempo avevo realizzato un numero 0 come risultato di una lunga ricerca iniziata intorno al 2016. L’obiettivo era immaginare un progetto editoriale cartaceo che fosse espressione della rinnovata attenzione alle cause del movimento femminista, un po’ per lo sviluppo crescente delle piattaforme social, un po’ come conseguenza del #MeToo. Non mi spiegavo perché fra i magazine “femminili” non ce ne fosse nessuno che volesse raccontare il mondo attraverso una lente nuova. Così ho provato a immaginare di progettarne uno che avrei voluto leggere, che spaziasse dalla politica all’intrattenimento, da storie autentiche ad approfondimenti “lenti”. Così a ottobre 2019, dopo qualche mese dalla produzione del numero pilota, è uscito il primo numero “reale”. La forma cartacea non è una scelta solo nostalgica, ma è coerente all’obiettivo di Frisson di offrire un’esperienza di lettura “finita” e di qualità, in contrapposizione alla sovrabbondanza dei contenuti social e digital. Dal 2019 a oggi la redazione si è allargata molto e il progetto ha assunto una dimensione meno personale e più collettiva, includendo punti di vista e sensibilità diverse. Per questo l’idea iniziale di rivolgersi a un pubblico femminile ci è sembrata ben presto riduttiva: oggi sappiamo che vogliamo parlare a tutt3, alla comunità lgbtqia+ e non solo.

La rivoluzione sessuale delle femministe degli anni settanta sembra ormai lontana anni luce. Ma qual è secondo te il ruolo del sesso nelle lotte del transfemminismo intersezionale oggi?

Credo che oggi il ruolo del sesso sia cruciale nelle lotte transfemministe. Lo vedo come un tema grazie al quale si sono aperte nuove narrazioni: sulla body positivity, sul lavoro (sessuale, per l’appunto), sull’orientamento e l’identità di genere, sui ruoli di potere e molto ancora. Se penso alla rivoluzione sessuale attuale rispetto a quella degli anni Settanta, mi appare come più orientata al “personale” che alla collettività, come se ci sia un forte bisogno di definire nuovi parametri di liberazione interiore. Di affermare le propria identità, che nello specifico di persone trans, queer o non binarie (per fare solo alcuni esempi) è stato fondamentale. Ovviamente in parte si tratta anche di un’interiorizzazione dovuta all’influenza dei social network. Quello che mi auguro per il futuro è che riusciremo a prendere in mano tutto ciò che abbiamo conquistato individualmente e a fare nuovamente nostro il motto “il personale è politico”. Perché ora è davvero arrivato il momento di tornare a pensare in modo collettivo.

Uno dei temi che attraversano le pagine di Frisson è il porno, un ambito in parte problematico (come vediamo anche dalle ultime notizie sugli abusi e violenze sui set), ma che spesso guardiamo con forti pregiudizi e generalizzando. Che cos’è il porno delle differenze?

In primis è un modo di concepire la pornografia fuori da quello che è, per l’appunto, violenza, abusi o sopraffazione. Si tratta di pensarla come un settore lavorativo pari a tanti altri, in primis. È ancora largamente diffuso lo stereotipo per cui le attrici porno, per esempio, facciano questo lavoro solo perché sfruttate o per guadagnare molti soldi. Come se non si potessero girare porno solo per un desiderio personale o per una contingenza temporanea. Poi c’è il problema del gender gap nelle produzioni, della scarsa rappresentazione o delle discriminazioni fuori e dentro al set: temi che nuove produzioni stanno prendendo a cuore sempre di più. Ma parlare di porno delle differenze vuol dire anche abbracciarne le complessità e sapere che la pornografia è intrattenimento. Come tale può parlare a persone diverse, con gusti e interessi diversi: possono anche disturbarci, ma giudicare i gusti sessuali altrui non è corretto. Può mostrare contesti di sottomissione e perfino di violenza, senza andare in contraddizione con le istanze citate sopra. Una performer una volta ha detto che guardare “Fast and Furious” non ci fa pensare automaticamente che quello sia il modo “normale” di guidare un’auto. Allo stesso modo dobbiamo sforzarci di capire che finché fuori e dentro il set tutto quello che avviene è regolato dal consenso, quello che accade quando guardiamo un prodotto pornografico riguarda anche altri aspetti. Come l’educazione sessuo-affettiva e quella digitale, che dovrebbero orientarci in questo senso e renderci consapevoli che quel che stiamo guardando è un prodotto pensato per far eccitare le persone e non un tutorial o un documentario. Il fatto che sempre più giovani ragazz3 si ispirino a quanto vedono nel porno e ne apprendano solo le dinamiche violente non è colpa del porno stesso, semmai dell’accessibilità troppo facile a questi contenuti e appunto della mancata educazione obbligatoria.

Frisson affronta moltissimi temi, tra cui quello della violenza sulle donne. Di recente avete pubblicato un’inchiesta sulle molestie sessuali nel mondo del giornalismo. Cosa è emerso?

Purtroppo è emerso da nostre vicende personali. Nel nostro caso specifico si è trattato “solo” di molestie verbali, ma chi di noi ha frequentato le redazioni giornalistiche ha ben presente il clima di machismo e maschilismo che si respira, la grave disparità di genere, le scarse possibilità di fare carriera. Aspetti che, così tutti insieme, non si trovano spesso in altri settori di lavoro. Per questo volevamo partire dal nostro vissuto e allargare il campo raccontando un quadro problematico con comportamenti diffusi, reiterati in modo identico in troppe redazioni. Volevamo accendere un faro su questo tema a cui si presta troppa poca attenzione. Ne sono emerse storie gravissime a tutti i livelli e in tutti i settori giornalistici (carta stampata, online, tv, radio, ecc.). Finalmente però hanno avuto uno spazio le voci delle donne che hanno denunciato, ma anche quelle che non se lo sono potute permettere o che sono state minacciate di ritorsioni se lo avessero fatto. Una magra consolazione, ma almeno ora sarà più difficile far finta di non sapere.

 

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